Italia e spagna una ricerca del senso del contemporaneo

Italia e Spagna: una ricerca del senso del Contemporaneo

a cura di Antonio Zimarino e Marta Michelacci

Per una Metafisica dello Spazio
di Marta Michelacci

Gregorio Magno in una Epistola ricordava all’anacoreta Secondino che “Non si fa del male, nel voler mostrare l’invisibile per mezzo del visibile”1. Che dire in un’epoca come la nostra, ipertro ca nella produzione di immagini? Come possiamo guardare, vedere e assolvere quello che è il compito speci co dell’arte, quello che Heidegger2 sosteneva con profonda convinzione: cambiarci la vita.

Occorre cercare la sostanza profonda in un dialogo tra le parti che si arricchisce di elementi diversi, multiformi, ma anche profondamente sostanziati culturalmente, si tratta di individuare un codice genetico, che, proprio nella molteplicità dei linguaggi, diventa paradigma ermeneutico di immensa ricchezza. Il senso dunque di questa mostra, in uno spazio assolutamente privilegiato come quello della cripta della Cattedrale di Atri, diventa metaforicamente, e quasi sicamente, ricerca delle fondamenta e delle radici di un dialogo fecondo. Unire micro e macrocosmo nella tta rete di corrispondenze che gli artisti qui ci presentano è il nostro compito speci co; lasciarci guidare dai diversi percorsi e individuare un codice di lettura che si fa alchimia dell’immagine.
Spazi di silenzio, oggetti che si caricano di signi cato, luce. Ignacio Llamas fa emergere dal buio gli oggetti e l’aria si rende rarefatta, misteriosa e gli oggetti, che paiono sabbiati e riportati all’essenziale, acquistano sostanza meta sica. Una meticolosa eliminazione di tutto ciò che è elemento identi cativo. Eppure questo spazio sacro, dove tutto sembra puri cato, è allo stesso tempo accogliente, luogo di tutti e per tutti, spazio dell’anima. La valigia, l’albero, un qualsiasi altro oggetto, sono colpiti da una luce diagonale, caravaggesca che dà senso ai minimi particolari; l’artista si fa inventore, direi scultore, di un luogo/altro, uno spazio improbabile ma necessario, desiderabile, come un sorso d’acqua pura.
La sperimentazione materica, il sedimentarsi dell’impronta, l’opera del fuoco, del ghiaccio, della trasparenza della materia attraverso i medium più diversi sono la realtà essenziale del lavoro di Olga Simón. L’artista lavora per la creazione di una spazialità misteriosa, diafana, che avvolge e incanta perché inusitata. Il suo vocabolario dell’assenza, direbbe Didi- Huberman, consiste nell’essenzialità e trasparenza di forme che diventano gocce, lacrime condensate e cristallizzate. Ciò che resta di un ricordo, di un dolore consumato e trasformato: imago mundi.
Fernando Sordo propone una ricerca sulla materia e sullo spazio, un percorso rituale, che sa incantarsi su un’ombra o un’impronta che appare e poi scompare furtivamente, “sangue della luce”3. Una ricerca che non vuole dare risposte ma è domanda che vuole restare tale. Il tutto nel frammento che si fa indagine onesta e sincera e linguaggio di segni che guardano all’in nito.
Analogamente Soledad Córdoba si serve di simboli che rimandano ad un mondo interiore straordinariamente ricco. E’ l’inaugurazione di un tempo dello sguardo, di immagini-sintomo che rivelano l’inquietudine del presente, dell’incomunicabilità, in una dimensione onirica che sovrasta e che rivela timore e desiderio di evasione al contempo. Le sue fotogra e ci portano in un paesaggio trascendente in continuo dialogo con la natura, le piante, le farfalle, e che sono spazio aperto alle domande sul senso del presente.
Al chiasso dei linguaggi altisonanti Anna Talens oppone gli objets trouvés e il fascino della materia naturale. La capacità di rielaborare oggetti che appartengono ad ambiti diversi cati e che compongono paesaggi spiazzanti sono uno dei tratti caratteristici del suo lavoro. Nei site speci c dialoga tra gli opposti: la sacralità dell’oro e la decadenza degli spazi, la creazione di manufatti insospettabili e la perfezione di un’architettura. Il prodotto è la generazione di storie che raccontano e dipanano la complessità delle dinamiche esistenziali, si aprono allo stupore e alla sorpresa di qualcosa che non conosce precedenti.

Marta Michelacci
1. Gregorio Magno, Lib. X, Epistola LII Secondinum, in PL, 77, Coll. 990-91.
2. M. Heidegger, The Origin of the Work of Art, Sentieri interrotti, translation by P. Chiodi, Firenze 1968.
3. Claudio Parmiggiani, Stella Sangue Spirito, Parma 1995.

Oltre la Rappresentazione

di Antonio Zimarino

La mostra che presentiamo non commenta un “assunto” ma come sarebbe proprio ad una ricerca seria nel “senso” del Contemporaneo, mostrando ciò che l’artista ha da dire, indica criticamente lo “spazio” indecidibile dove è possibile costruire un “pensiero” e un autonomo comprendere, anche per chi osserva. Tale spazio coincide con quell’idea di “ulteriore” che lo stesso T.Adorno chiamava “spirituale” intendendolo laicamente come la zona indecisa dove noi andiamo a formulare ipotesi nuove riguardo il Senso1.
Essendo un prodotto di cultura, l’arte è sempre stata ”segno” di un pensare e di un essere riguardo il Mondo; il suo essere “contemporanea” aggiunge qualcosa di importante sul piano visivo e su quello del pensiero: se l’artista o lo spettatore sono uomini che pensano al proprio essere nel mondo e non giocano soltanto con esso, l’arte oggi non può che porre questioni e problemi riguardo il tempo e il luogo che con lei condividiamo. Anche se non può dirci verità, sa proporci posizioni e questioni per interpretare ciò che intorno a noi accade: l’arte che noi chiamiamo “contemporanea” è “proposta di senso”, proposta di lettura, è motivo di pensare e di ri ettere sul mondo anzi, dovremmo guardarla come “segno”, presenza concreta di un pensiero e di un essere che affronta insieme a noi il mondo e le sue questioni2. Una autentica ricerca artistica contemporanea è quindi una “pro-vocazione”, un chiamarci verso qualcosa, una apertura verso modi di vedere, di pensare e di essere, possibili e non certi3. Esiste certamente come “spettacolo” ma la semplice spettacolarizzazione (come il buon Debord continua ad insegnare4) può anestetizzare la portata potenzialmente eversiva del pensare, per cui se vogliamo davvero aver a che fare con l’arte, ricordiamo sempre che ciò che si vede è il primo aspetto della percezione, non il suo ne: guardare in arte è sempre un “guardare pensando” oppure, non può dire di essere arte.
Marco Appicciafuoco si interroga sul naturale e l’innaturale, l’organico e l’inorganico costruendo nature morte “sintetiche” che attraverso la luce lasciano immaginare una vita interna non sopita e potenziale; è la ricerca di un punto indecidibile che tiene insieme Vita con Materia: essa non è “non vita” ma esattamente la premessa della vita inseparabile struttura del nostro essere completamente umani.
Jacopo Casadei ci spinge dentro un informale psicologico e profondo, verso zone oscure ed emotive dove andare a cercare dentro le incertezze per ridarci un contatto con impressioni non mediate dal razionale. Un ritorno all’origine, una destrutturazione dei razionalismi che riporta a percezioni estetiche fondanti che ci interroghino sul senso e il perché del nostro percepire.
Michele Giangrande prende segni e oggetti e li manipola come “materiali” per costruire ipotesi signi cative diverse, secondo altre logiche, oltre l’identità attribuita abitualmente all’oggetto stesso. Ogni cosa nelle mani dell’artista, attraverso il pensiero, può essere altro da ciò che è, e ribadendo il potere dell’unica forma davvero creativa dell’immaginazione, (quella che non è mai ne a se stessa) indica con ironia, i punti contraddittori delle presunzioni tecnocratiche del mondo e dell’arte stessa.
Valentina Perazzini meditando sulle parole e sulla natura, cerca tra gli spazi vuoti che ci sono al di là del visto e del narrato. Cosa potrebbe esserci tra gli spazi bianchi lasciati tra le parole di una storia narrata? Una siepe nasconde ma qual è lo spazio tra i suoi rami? Un’ombra attraverso un vetro prende forme diverse a seconda l’incidenza della luce perché tra il disegno e il fondo c’è uno spazio vuoto. E’ il vuoto il punto dove cercare oltre e dove le cose cambiano.
Gino Sabatini Odoardi si scontra frontalmente e intenzionalmente con tutto ciò che è affermazione e paradigma convenzionale. La termoformatura congela e sospende il signi cato dell’oggetto che può essere così utilizzato per signi cati diversi: se ne rovescia la posizione, diventando interrogazione e paradosso; l’inginocchiatoio del culto contemporaneo del divertimento si rovescia metaforicamente alla ricerca della sua funzione originaria, orientandosi verso l’alto, verso la “cattedrale”. Il paradosso non attacca mai ideologicamente qualcosa ma è lo strumento che destruttura ogni ideologia, ed è questo che ci lascia la possibilità di aprire un pensiero diverso
Le opere di questi artisti non affermano ma propongono, non dichiarano ma offrono “arte” capace di chiamare il nostro vedere e pensare verso cose diverse, aprendoci spazi profondi nella mente e nel cuore mentre viene detta ai nostri occhi.

Antonio Zimarino

Opere