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Dehors

a cura di Claudio Libero Pisano

Le antiche cisterne del duomo di Atri sono l’occasione per raccontare le relazioni tra spazio esterno e zone chiuse di difficile accesso. Attraverso le opere, gli artisti portano in un luogo appartato porzioni del mondo. Accenni di natura, materiali e composizioni raccontano, ciascuno a suo modo, cosa accade fuori. In un ambiente circoscritto, e senza sbocchi esterni, Dehors rimette al centro tutto ciò che è esterno, illuminato.

Nella cisterna si ricostruiscono le modalità e le regole naturali; aria, paesaggi ma anche elementi di natura che evocano la funzione di quello spazio nel corso dei secoli. I dodici artisti invitati interpretano il luogo ricollocando, grazie alle opere, la cisterna fuori dalle sue stesse mura, stabilendo ogni volta priorità differenti sulla relazione tra interno ed esterno.
Ziad Antar sottolinea il paradosso di una musica che non c’è, se non nel rumore che la evoca, e di un suono sordo che invece diviene armonia. Riconoscere Mozart nei battiti insistiti su una tastiera muta e seguire, come musica, il suono provocato dalle mani su un corpo sotto la doccia.

Bertille Bak, attraverso un processo di arte condivisa, racconta di un piccolo villaggio nel nord della Francia, dove le relazioni umane scavalcano i limiti dello spazio e divengono opportunità per ricalibrare le priorità del mondo, dove anche le situazioni sociali più complesse possono essere dette senza rinunciare a una dose di salvi ca ironia e leggerezza.

La funzione originaria della cisterna è per Adelaide Cioni occasione per riportare nell’ambiente ciò che la identi ca e, attraverso un segno indiretto quanto semplice, presenta una porzione di balena che sta nel suo elemento, l’acqua. Il disegno a carboncino su carta scenogra ca rinuncia a qualsiasi orpello estetico e ritorna alla radice del racconto originario, descrivendo ogni cosa partendo dal grado zero.

E’ il mare della Calcidica che Lionel Esteve porta all’interno: su anonime pietre, di diverse dimensioni, una riga rossa segna il livello dell’acqua in un preciso giorno al tramonto. Sassi che evocano la luce e la trasparenza di un paesaggio in nito.

Un autoritratto e un paesaggio sono rappresentati da Matteo Fato attraverso un oggetto che è al contempo l’identità dell’artista e la rappresentazione per eccellenza del mondo esterno e del rapporto con la natura. La pittura offre alla scultura una possibilità di integrazione e il manubrio luminoso di una bicicletta ridisegna e illumina lo spazio del quadro.

Dal cosmo arrivano invece le gemme di Myriam Laplante, corpi celesti che avanzano come inquietanti insetti dal sottosuolo. Ancora più in profondità della cisterna stessa ma, come nelle favole, le gemme cosmiche sono elementi salvi ci e preziosi, catapultati sul pianeta per renderlo migliore.

Per Lek&Sowat il dentro non esiste, l’unico modo per raccontare ciò che è circoscritto è di scaraventarlo fuori. Senza aria non c’è narrazione e il racconto comincia nel ripensare anche esteticamente lo spazio esterno, formulando nuove prospettive e spostando il centro dell’attenzione sul colore che diventa architettura.

L’opera di Luana Perilli è un concentrato di Natura, i suoi elementi partecipano a una composizione delicata quanto complessa dove, inaspettatamente, le cose più fragili hanno la responsa- bilità di sostenere l’equilibrio e mantenere l’armonia. La ceramica unisce il marmo con il bambù e il muschio, come due montagne inamovibili che restano unite dall’inattesa potenza di incerti steli di legno.

Nella relazione tra dentro e fuori Paride Petrei sceglie delle vie di fuga ricorrendo all’Amigdala, la zona del cervello in cui risiedono le emozioni e in particolare la paura, con un video volutamente asettico che illustra come gestire, anche emotivamente, le uscite d’emergenza da ambienti chiusi. Da un dentro, qualunque esso sia, bisogna comunque poter uscire, ed è bene dotarsi di piani di evacuazione ben progettati.

E’ attraverso il colore che Gioacchino Pontrelli riporta il mondo esterno negli spazi chiusi della cisterna dove gli equilibri cromatici sono il lo che riconnette ciò che siamo a quello che abbiamo intorno, la sua pittura è un continuo gioco di rimandi tra immagini oniriche e reali, replicate di continuo dentro e fuori di sé.

Enrico Tealdi con un piccolo e instabile elemento, ripetuto all’in nito, riporta aria e vento nel sottosuolo. L’estrema debolezza del singolo diviene forza nell’insieme, e un petalo può diventare un monumento. La nostalgia per ciò che rimane è mitigata dalla forza dell’opera che non è solo testimo- nianza ma, da protagonista, riposiziona il ricordo nella dimensione di un presente consapevole, anche se doloroso.

Scrivere sulla sabbia è quanto di più instabile si possa immaginare ma Raphael Thierry sceglie di raccontare l’oro della giovinezza e le speranze sul futuro attraverso microgranuli di sabbia di ume, un’opera destinata a non durare se non per lo spazio che gli è concesso a segnare un momento, un ricordo vissuto. E’ con il tempo che si de niscono i contorni di un’età matura.

Opere