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Clarté

a cura di Antonio Zimarino e Mariano Cipollini

Scoprire la luce e portare la luce
di Antonio Zimarino

Si cerca la chiarezza in ciò che oscuro, si cerca di mettere (o di trovare) una luce, li dove non si è in grado di vedere, si cerca di portare alla luce ciò che è necessario imparare a guardare: questo è l’inevitabile lavoro da fare con le espressioni d’arte contemporanea.

Per dirla con Giorgio Agamben: “Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che viene dal suo tempo”1 per cui, parlare di “contemporaneo” coincide con il tentativo di gettare uno sguardo nel magma degli accadimenti, accogliendo l’Oscurità, cercando di elaborare o di proporre un “senso” a ciò che non può che essere oscuro proprio perché sta appena accadendo.

Le mostre della III Edizione di “Stills of Peace”, non a caso forse, hanno trovato il loro nome in ClartéChiarezza e DehorsFuori, in quanto provano a portare alla luce, oppure cercano una luce, sia all’interno di ciò che gli artisti propongono, sia nelle relazioni che possono istituirsi tra ciò che propongono.

Metaforicamente parlando, si può cercare di “far uscire” la ricerca artistica contemporanea dai luoghi oscuri o si può tentare di illuminarla all’interno di essi, studiando la complessità del loro manifestarsi. Trattare l’arte contemporanea è “gettare lo sguardo” in ciò che è complesso, provando a rilevare cioè (rendere cioè evidente), “far uscire” ciò che l’arte esprime, oppure a rivelare ciò che sta accadendo, facendo attenzione ai significati e alle relazioni che possono essere colte tra le cose e nelle cose.

Nel concept originario di “Stills of peace” l’arte è intenzionalmente trattata nel suo essere ricerca e proposta, piuttosto che dichiarazione e affermazione: le mostre propongono confronti e ri essioni ri ettendo sulla “diversità” delle espressioni: nel gioco di relazioni tra diversità e differenze (inevitabili in ciò che è a noi “contem- poraneo”) diventa possibile costruire percorsi di signi cati e generare nuovi stimoli di comprensione. Si parte dalla diversità degli “sguardi” dei curatori per poi indagare attraverso le loro scelte, le diversità di provenienza linguistica, culturale o generazionale degli artisti; tale approccio implica una grande apertura mentale disposta a ri ettere anche sulla contraddittorietà delle proposte, cosa in genere non frequente in mostre più mainstream.

I “luoghi” e gli spazi offerti dalla città di Atri nei quali vengono proposti questi “sguardi”, per forza di cose contraddittori sul Contemporaneo, appaiono sempre più determinanti e signi cativi al senso stesso del progetto e al suo “risultato”. La “cripta” della Cattedrale, il contiguo Chiostro e da quest’anno, le Scuderie di Palazzo Acquaviva (che raddoppiano il “campo di gioco” delle scoperte o degli svelamenti) sono luoghi potentissimi, difficili e suggestivi, che richiedono ai curatori scelte molto meditate di rapporto tra interno ed esterno. Sono molto forti per la loro identità storica (reale e metaforica) e al loro interno vengono proposte le opere, le personalità e le culture; attraverso confronti e relazioni, si svelano e si intrecciano “letture” e “sensi” possibili, che possono appunto rilevare o rivelare per via comparativa, (e non per negazione) posizioni, proposte e sguardi nell’oscurità. In questi luoghi il compito dei curatori è quello di disporre con attenzione le relazioni “generative” e gli equilibri visuali in modo tale che la differenza suggerisca l’identità, cercando di innescare il gioco fecondo del comprendere, dello scegliere, del distinguere, che è poi il gioco quanto mai necessario, del “pensare” a cosa si è visto.

Dato che la ri essione sulla differenza è uno dei punti originali del progetto “Stills” (differenza considerata metodologicamente come opzione generativa del confronto e del pensiero), la prima grande e significativa differenza è proprio nel rapporto tra arte contemporanea e identità dei luoghi storici, ovvero, tra due idee/forme del Tempo, la prima diacronica (Storia) e la seconda sincronica (Contemporaneo). Da una parte, il tempo della Storia, della durata, della continuità, della memoria, dall’altra il tempo del Presente, della proposta, dell’istante sincronico e della transitorietà.

Il tempo della Storia costituisce il “frame” entro cui le opere si dispongono: nel luogo della storia dell’arte, l’arte contemporanea rende percepibili la durata e transizione ed entrambe riescono ad essere una luce per l’altra. Tutte le altre “differenze” diventano leggibili e evidenziate all’interno di quella “temporale” più vasta: l’elettronica, la performance, la pittura, il concetto, la materia, il disegno, il virtuale, le diversità delle culture di provenienza e formazione, sono ciò che siamo ora; distinguere, discernere e comparare signi ca provare a rendere più chiaro l’oggi perché lo si vede nello spazio sospeso del Tempo.

Forse il punto di forza concettuale del progetto “Stills” è questo: isolare (o relazionare) nel tempo della Storia, una porzione di esperienze del Presente, mettendo in luce attraverso gli artisti, alcuni sensi possibili che ci aiutino a capire e leggere qualcosa di ciò che oggi accade nel pensiero, nella sensibilità e nel vivere dell’Uomo Contemporaneo.

Il Presente diventa così più leggibile, isolato e sospeso dal contingente in quanto “accolto” nella Storia. E’ esattamente questa combinazione che permette a queste mostre di essere un luogo di costruzione e di analisi, di confronto e di scoperta tra artisti, curatori e pubblico. Dunque è la suggestione stessa dei luoghi storici della città di Atri che ci ha portato a definire un metodo originale e una tipologia di ricerca dalle straordinarie possibilità: la fortunata combinazione di idee, di luoghi, di proposte e di risorse tra le Istituzioni e Fondazioni che sostengono il progetto, offre la possibilità di altre s de e altri incontri sempre più interessanti: i luoghi di Atri permettono di incontrare e conoscere qualcosa di nuovo e diverso, perché aiutano a considerare l’arte sia nel suo valore storico che nel suo essere modo e mezzo per comprendere i sensi del Tempo e del Presente che si agitano in ciascuno di noi.

1. – G.Agamben, Che cos’è il contemporaneo, Nottetempo, Roma, 2008, p.15
Clarté
di Mariano Cipollini

Far vivere a stretto contatto il lavoro di tanti artisti ci permette d’immergerci in un mondo variegato, complesso, costruito su tematiche e modi espressivi differenti. La possibilità di accostarci emotivamente a questa o quella narrazione permette alle nostre esigenze di essere non solo potenziali recettori di messaggi passionalmente più vicini alle nostre corde, ma ci conduce, lentamente, a modi care, anche solo inconsciamente, i meccanismi che attuiamo nel condividere esperienze a noi più o meno congeniali.

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Tali modi cazioni, seppur lievi, vanno ad alimentare la nostra struttura formativa favorendo quelle trasmigrazioni trasversali verso le conoscenze per approdare alle “chiarezze” che ci svincolano dai percorsi canonici dei linguaggi codi cati: un tacito accordo tra la coscienza del volersi in un determinato modo e la spontanea acquisizione di nuovi parametri che ci consentono di entrare nel vivo del lavoro proposto da ciascuno di essi. Un dinamismo essibile, atto ad amplificare di molto ciò che si può usualmente percepire utilizzando un unico canale narrativo. Il rapporto tra video arte, video installazione, azione performativa, installazione tout-court ci consente, come in questo caso, di toccare con mano alcuni parallelismi che proprio in tali circostanze si evidenziano.

I vari mezzi descrittivi utilizzati ci inducono a considerazioni organicamente più composite. Solo per fare alcuni esempi: quanto sia sempre più sottile ma ancora percepibile il con ne tra videoarte e cortometraggio o spot promozionale. O ancora il rapporto tra fotogra a prestata all’arte visiva o utilizzata nel reportage, nella cronaca, nel costume che, a volte, con uiscono tutte su un unico binario, divenendo in egual misura oggetto d’arte. O ancora, l’equilibrio che lega il gesto performativo e la sua comprensione, ammesso ce ne sia bisogno, con l’installa- zione che spesso lo accompagna.

Nel sondare temi forti come emigrazioni di popoli in cerca di pace e di casa, di mari che uniscono e dividono, di frontiere non solo geografiche, ma etnico-religiose o culturali, di approdi del corpo e della mente che passano anche attraverso l’intangibilità della musica che, pur concettualmente strutturata dall’immagine e dalla materia, ritorna a sua volta essere libero suono, ci rendiamo conto come linguaggi così differenti, utilizzati da Massimo Ruiu, Francesco Impellizzeri, Miranda Gibilisco, Guido Silveri e Marco Rapattoni non possono che convergere in un unico vertice, punto d’incontro del nostro viaggio. Viaggio, che nel suo svolgersi, ci mette in realtà in contatto con il pensiero di ciascun artista e le conseguenti personali impellenze narrative: temi intimi e delicati che danno luogo a un incontro-racconto privato, dagli sviluppi fortemente caratterizzati, a volte politicizzati, protési a evidenziare e ridisegnare con ni, storie, esperienze la cui realtà è messa a dura prova dalle false aspettative dell’avere. Il vero punto di forza di questo colloquio multidisciplinare è la qualità dei lavori proposti, cardini essenziali per favorire e riaffermare il concetto che, dinanzi alle emozioni che generano, liberate e libere, vuoi esse narrate o cantate, disegnate, raccontate attraverso il gesto, l’immagine o il suono, non ci sono domande e risposte che possano diventare “intermediarie privilegiate”, nalizzate alla loro comprensione.

Opere