CINE IRAN

This review of Iranian cinema has a particularly rétro cut since it focuses substantially and largely on what is the best and most flourishing season of cinema in the country, between the nineties and the first years of Zero, with the birth of talents that will give luster to the Iranian cinema that will end up being considered, for a certain period, among the best in the world and among the most awarded at various festivals.

Dov'è la casa del mio amico (1987)

di Abbas Kiarostami

8 July – 9pm
Cortile di Palazzo Acquaviva – Atri (TE)

Una zolletta di zucchero (2011)

di Reza Mirkarimi

15 July – 9pm
Cortile di Palazzo Acquaviva – Atri (TE)

Il Tempo dei Cavalli Ubriachi (2000)

di Bahman Ghobadi

22 July – 9pm
Cortile di Palazzo Acquaviva – Atri (TE)

Saadat abad (2012)

di Maziar Miri

29 July – 9pm
Cortile di Palazzo Acquaviva – Atri (TE)

Facing mirrors (2012)

di Negar Azarbayjani

5 August – 9pm
Cortile di Palazzo Acquaviva – Atri (TE)

Una Separazione (2011)

di Asghar Farhadi

1 September – 9pm
Cortile di Palazzo Acquaviva – Atri (TE)

Schede film

DOV’E’ LA CASA DEL MIO AMICO? (1987) di Abbas Kiarostami, considerato a tutt’oggi il più grande dei registi iraniani, è il primo lungometraggio del regista che già lo impone all’attenzione generale nei festival europei. La storia, molto semplice, come quasi tutte le storie raccontate da Kiarostami – e dal cinema iraniano in genere – è il tentativo di restituzione di un quaderno da parte di uno scolaro al suo compagno di banco che per sbaglio lo ha messo nella sua cartella, una restituzione che va fatta allo scopo di evitargli una punizione: il tentativo di rintracciare la casa dove abita il compagno, porta il bambino a peregrinare per tutto il villaggio. Una parabola simbolica sul bisogno di comunicazione e di rapporto con il prossimo, sulla dignità e sul senso del dovere messo in scena nella maniera più limpida possibile, con un taglio semidocumentaristico (che sarà una delle caratteristiche decisive della carriera di Kiarostami) e una certa purezza, con i vari significati morali che emergono con estrema naturalezza durante la narrazione e con un senso di poesia mai stucchevole.

UNA ZOLLETTA DI ZUCCHERO (2011) di Reza Mirkarimi. Intessuto di colori delicati e brillanti, una zolletta di zucchero trascina lo spettatore, all’interno dell’atmosfera calda e vibrante di una famiglia tradizionale riunita in una vecchia casa per celebrare le nozze della giovane Pasandide. La timida gioia della sposa si intreccia con gli affetti e i rancori di tre generazioni e con un lutto improvviso.

IL TEMPO DEI CAVALLI UBRIACHI (2000)
di Bahman Ghobadi, film vincitore della Caméra d’Or per la migliore opera prima a Cannes, è ambientato in un villaggio curdo iraniano al confine con l’Iraq dove vivono cinque fratelli orfani. Per racimolare il denaro necessario a guarire il più giovane tra loro, affetto da nanismo, il maggiore richuia la vita sul confine minato unendosi a un gruppo di contrabbandieri mentre la sorella accetta un matrimonio di convenienza con un iracheno benestante ma la famiglia respinge il ragazzo deforme che deve essere curato. Ed è evidente che nulla può cancellare l’eterna ostilità tra Paesi confinanti dove gli uomini sono oppressi da fardelli non meno pesanti di quelli portati da muli e cavalli ubriacati con l’alcol per resistere ai climi più rigidi. Tratto da una storia vera, il film di Ghobadi mette in scena un’umanità in lotta per la sopravvivenza in un mondo dove i diritti civili sono praticamente inesistenti, oltretutto in seno a  un paesaggio inospitale. Mescolando crudo realismo documentaristico e ricerca formale, passione e oggettività miscelati a dovere, Ghobadi comincia, già da questo film, a usare il cinema come lotta per un avvenire migliore nonché denuncia delle problematiche condizioni di vita dell’etnia curda: ma sarà solo questione di tempo prima che la sua opera sia invisa al regime il che avviene una decina di anni dopo.

SAADAT ABAD (2012) di Maziar Miri. Storie di tradimenti e crisi matrimoniali in un quartiere della Tehran dei nuovi ricchi. Per alleggerire i problemi che ha con il marito Mohsen, Yassi gli organizza una festa di compleanno a sorpresa con gli amici di sempre. La serata sarà però ben diversa da quella immaginata e lascerà emergere la desolante ipocrisia che l’ansia di successo e la voglia di soldi facili insinuatesi nel cuore di molti.

SAADAT ABAD (2012) di Negar Azarbayjani. Acclamata opera prima di Negar Azarbayjani, facing mirrors racconta dell’amicizia di due donne agli antipodi attraverso un viaggio in taxi: Rana, una giovane madre costretta dal bisogno a guidare il taxi del marito in carcere, e Adineh, transessuale in fuga dalla sua ricca famiglia e da un matrimonio di convenienza imposto per nascondere lo scandalo della sua esistenza. Due mondi che si scontrano e che poi si sostengo- no reciprocamente, sfidando il perbenismo e i pregiudizi. Il film ha vinto il premio del pubblico del festival Middle East Now di Firenze.

UNA SEPARAZIONE (2011)
di Asghar Farhadi, premio Oscar quale miglior film straniero (il primo nella storia del cinema del Paese) e vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, racconta di un uomo che, per curare il padre malato, è disposto anche a divorziare per non seguire la moglie che ha ottenuto il permesso di emigrare così, in attesa di sbrogliare la matassa, l’uomo assume una donna per accudire il genitore ma ignora che costei, religiosissima, è incinta e lavora all’insaputa del marito: e la situazione si complica in modo quasi inestricabile visto che si profilano diverse  versioni degli accadimenti. Una riflessione sulla relatività della verità e sulla difficoltà dei rapporti di coppia in un Paese severo come quello iraniano, un film che si giova di una sceneggiatura inossidabile (del resto molto cinema iraniano è basato sulla parola, su dialoghi incalzanti, e Fahradi, anche sceneggiatore, ne è il massimo esponente in Iran, considerato tra i migliori del mondo negli ultimi anni): la ricerca della verità a molte facce e dalle varie versioni ha un che di pirandelliano e segue anche l’esempio di RASHOMON di Kurosawa, ma la sagacia narrativa del film è perfettamente autonoma e calata nel Paese con grande lucidità, in quanto racconta a dovere il peso della religione e della enorme differenza tra i sessi nell’Iran ancora oggi. E da film intelligente qual è, nega allo spettatore precise risposte lasciandolo nel dubbio, a interrogarsi su quale sia la verità.